di Roccia e di Resina…arrampicare a Rieti

10 10 2008

Come i Monti Reatini, anche la stessa città di Rieti  ed i suoi dintorni , nasconde delle realtà uniche! Nate dalla passione per la montagna e l’amore per l’arrampicata che ha unito un gruppo di volenterosi ed ha portato tanta altra gente ad avvicinarsi all’esperienza dell’arrampicata e della montagna in verticale . Io son passato e passo tutt’ora per questi luoghi , che al di là dello sport hanno portato esperienze umane che difficilmente incontrerò altrove.

Un piccolo gioiello , essenziale,  completo e perfetto nella sua essenzialità; non so bene come definire la sala boulder di tanti pomeriggi e di tanti piovosi mattini domenicali, ma forse queste parole sono le più azzeccate.

Completa, nulla di più, in pochi metri quadrati c’è tutto…tutto quello che necessita un neofita per iniziare e tutto quello che necessita un bravo arrampicatore per allenarsi e migliorare. In questa città è una struttura unica, è un piccolo gioiello e forse è rimasto tale proprio perchè è stato ben protetto , come si fa per i gioielli più preziosi.


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Prima di noi, i primi arrampicatori reatini sono passati per un’ altra palestra, assolutamente diversa da quella di cui ho scritto ma accomunata dall’essenzialità e completezza che offre. Una palestra di roccia, con difficoltà dal 4 al 7a, vie corte, ma mai banali , per un’arrampicata molto diversificata, dal diedro allo strampiombo, alla placca  molto tecnica; è la palestra di roccia di Capolaterra, nel meraviglioso Vallone di Lisciano.

In un luogo immerso nella natura, di quiete solamente rotta dagli animali del bosco che non è raro incontrare , e purtroppo a volte si incontra anche qualche cacciatore.

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Fino a due anni fa Rieti poteva vantare una struttura d’arrampicata davvero invidiabile. Una parete sintetica alta circa 15 metri e forse più , con vie d’arrampicata sia in placca che in strapiombo. Era stata costruita all’interno della pista coperta del Campo d’ Atletica Raul Guidobaldi, noto in città semplicemente come Campo Scuola ed era fruibile da tutti i soci CAI compatibilmente con le esigenze delle manifestazioni di atletica. Purtroppo è stata smontata quando sono stati effettuati lavori di ristrutturazione del locale e , ahimè, non è più stata rimontata ma giace a marcire da qualche parte, con buona pace di chi avrebbe dovuto preservarla e non ha mosso un dito.

La solita storia di questa città…

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Lo spirito dei monaci della Vallonina

26 09 2008

I racconti che più volentieri ascoltavo da mia nonna erano quelli che parlavano della sua infanzia, in anni lontanissimi ormai, gli anni della Prima Guerra Mondiale, quando arrivare a Rieti dai paesi delle montagne reatine era un viaggio e arrivare fino a Roma un miraggio!
Mia nonna raccontava che quando aveva 9-10 anni, nel 1918 o nel 1919, accompagnava , assieme a sua sorella, il suo nonno nel pesante lavoro di mandriano. Faceva , infatti il vaccaro di un signorotto locale , grande proprietario di terra e bestiame. E mi raccontava che quando scendeva la prima neve , la “settembrina”, le vacche dovevano essere riportate nella pianura dai pascoli d’altura della Vallonina.
Più o meno dove oggi sorge il Rifugio Vallonina , vi era un antico bivacco costruito dai pastori , in un punto strategico per il controllo del bestiame che scendeva dalla vallata e al riparo dalle eventuali piene del Torrente Tascino.
Proprio da quelle parti secoli addietro sorgeva un antico Monastero Agostiniano, di cui oggi, miracolosamente, ancora si conservano alcuni resti.
Era l’antico e potente Convento agostiniano di Sant’Egidio, potentissimo nei secoli e garante per tutto il XVI delle popolazioni raccolte nella Rocca di Valle Leonina (un’antica fortificazione di cui ancora oggi si conserva qualche resto e che è nota come Torre Vallonina). Ed erano molte quelle genti che di passaggio transitavano per di là e lasciavano offerte a Sant’Egidio; infatti l’antica Via di collegamento tra Leonessa e Rieti passava proprio per i monti di fronte, per i Monti di Versanello, dove pure sorgeva un antico ospedale presso i prati di San Bartolomeo ( che anch’esso conserva qualche resto) e per i monti d’intorno del Passo La Fara dove erano molte le fortificazioni.

Molte leggende nacquero su quegli antichi ruderi, venerazione e timore, sacro e profano si confusero assieme in riti propiziatori per boscaioli e pastori.
Così, mia nonna raccontava che i pastori e i mandriani si fermavano sui resti del monastero per pregare e supplicare che gli spiriti dei monaci vegliassero sulle mandrie e sui vaccari che dovevano tornare incolumi nelle stalle e dalle famiglie. Così, il silenzio di quegli antichi ruderi non doveva essere disturbato e un alone di sacralità e timore ne delineava il perimetro. Perchè se il sonno eterno dei monaci veniva disturbato questi si sarebbero infuriati e si sarebbero uditi intonare con rabbia i canti sacri e i torrenti della Vallonina si sarebbero ingrossati portando via le mandrie e i mandriani e la neve sarebbe scesa copiosa a segnare disgrazie future per quanti sarebbero stati superstiti.

Oggi quel Convento c’è ancora, é una delle immense ricchezze nascoste della Vallonina di cui, però, si tace per invece propagandare altro turismo, quello che non rispetta neppure il silenzio secolare che per generazioni e generazioni è stato devotamente osservato, quello chiassoso e distruttivo dei monti.
Sono ricchezze nascoste apparentemente solo da qualche faggio, sicuramente però sono nascoste da volontà politiche che, ahimè, le chiudono nel dimenticatoio per far spazio alla modernità chiassosa, inquinante e distruttiva e…con un futuro (ammesso e non concesso che garantisca un minimo di prensente!) assai più breve di quello di tanta storia secolare che l’antica e meravigliosa Valle Leonina ad ogni angolo di bosco racconta.

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Intro!

6 05 2008

non tante parole…solo che mi propongo di descrivere le montagne dove sono nato e che mi hanno fatto crescere.