HERMANADOS….

28 11 2008

Strano a dirsi, ma a 2000 km dalle nostre montagne c’è chi vive situazioni simili a quelle che vivono i monti reatini.

Duemila Kilometri dicevo, forse un pò di più, ad ovest, in Spagna, non lontano dal Portogallo vi sono delle montagne che non sono tra le più note, ma che non sono certo seconde a nessuno quanto a bellezza dei luoghi, ricchezza di biodiversità e soprattutto opportunità di sviluppo turistico in armonia con la montagna. Parlo della Sierra de Candelario (nota anche come Sierra de Bejàr), una vasta porzione del Sistema Central che assieme alla Sierra de Francia (altro massiccio montuoso della Castilla y Lèon) è stata dichiarata Reserva de la Biosfera. El Calvitero (2410 m) è la vetta più alta e attorno  a questa cima si ergono una serie di picchi secondari che se da un lato aprono scenari d’incanto su nevi eterne, in inverno cascate di ghiaccio (los canalizos) ,piccoli laghi montani (las lagunas) e pareti di granito di 300 metri dove si può apprezare la bravura degli alpinisti di Bejàr e Candelario, dall’altro però la montagna è stata schiavizzata agli interessi di alcuni potentati economici privati che inesorabilmente l’hanno brutalizzata con impianti sciistici (La Covatilla) e che CRIMINALMENTE vorrebbero incrementare i profitti boicottando la creazione di un Parco Naturale e ampliando  gli impianti di risalita e tutto il bacino sciistico.

Le nevi perenni della Sierra de Candelario (Ago 2008)

Le nevi perenni della Sierra de Candelario (Ago 2008)

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Hacia El Calvitero

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Panorama  hacia las Lagunas

Panorama hacia las Lagunas

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Le brutture de La Covatilla

Le brutture de La Covatilla

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Candelario, e tutta l’area circostante, è un luogo dove si respira appieno un clima di turismo in armonia con la natura, con le tradizioni locali, con le eredità storiche . Insomma, a differenza che da noi, lì si è saputo valorizzare molto quello che si ha, le bellezze architettoniche del pueblo, le meraviglie naturali, gli scenari incantevoli della tradizione locale (penso per esempio alla magia della tradizione de los trajes tìpicos). Tuttavia, c’è anche lì qualcuno che non sa vedere quanto di incantevole offre El pueblo màs bonito de España, oppure sa vederlo solo in parte , oppure ancora lo trascura e lo mette in secondo piano anteponendogli esigenze pratiche (per carità magari pure giustificate) che a volte finiscono per rovinare la bellezza di un angolo di paese (per esempio penso agli orrendi bolos che l’amministrazione comunale ha fatto disporre lungo il paese per evitare il parcheggio delle automobili, ma che in fin dei conti non servono a nulla e che hanno “abbrutito” numerosi angoli del paese!). E, similmente a quanto accade da noi, anche lì c’è una feroce guerra tra ambientalisti  e non, tra fautori del Parque e chi invece il Parco lo odia e lo vede come rovina. Anzi, forse lì , in omaggio alla spontaneità spagnola, gli animi sono più sinceri e non si nascondono , e così i balconi delle case e le finestre manifestano il proprio astio per il progetto del Parco e d’altra parte t-shirt e manifestazioni rilanciano per il parco naturale.

PARQUE NO , contestazione al Parque Natural da un balcone

PARQUE NO , contestazione al Parque Natural da un balcone

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Ahimè, fin’ora da noi nessuno è andato a manifestare per il Parco del Terminillo, nessuno ha sponsorizzato a dovere un’iniziativa del genere, nessuno ha organizzato incontri pubblici per creare una vera e propria piattaforma per spingere verso il Parco (gli amici della Plataforma de Candelario, mi permettano l’italianizzazione!!!). Nessuno, ed è questo che fa veramente male , che demoralizza, che oltraggia le montagne e tormenta l’animo, nessuno ha alzato una voce per solo accennare al fatto che la risposta dei nostri amministratori ai progetti mostruosi dell’ISIC e di Leonessa è stata data con progettazioni ancora più devastanti e brutalizzanti , e che , per di più, hanno cercato di far passare come eco-sostenibili, ed io idiota che c’ho creduto!

Personalmente non finirò mai di ammirare con tutto il cuore la gente della Sierra de Candelario che ha lo spirito e la forza di combattere contro i poteri economici, che ha la forza di proporre un reale turismo alternativo allo sci e che valorizza i propri luoghi in armonia e rispetto con la natura, la propria storia, le proprie tradizioni.

NATURALMENTE CANDELARIO

NATURALMENTE CANDELARIO - PARQUE SI

NATURALMENTE CANDELARIO - PARQUE SI

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Dedicato a Muso e ai suoi padroni: tra le persone più importanti che ho incontrado in vita mia , le persone che più stimo e  con cui per sempre sarò legato.

MUSO

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Fonti (di Vallonina, dell’Acquasanta , delle Porcareccia e di Cocoione)…

6 10 2008

Animali, pastori , ma anche semplici escursionisti conoscono il grande tesoro che i Monti Reatini conservano tra i fitti boschi di faggio e le radure d’alta quota: fontalini, sorgenti, laghetti e corsi d’acqua che resistono spesso anche durante le stagioni più torride e secche.

Si tratta di una grossa ricchezza che sovente è mal gestita ma che davvero potrebbe significare molte opportunità per le popolazioni locali.

La Vallonina è una zona ricchissima di acque e torrenti che resistono tutto l’anno con portate d’acqua notevoli anche nelle stagioni più torride. La gran parte di queste acque e di questi torrenti si trovano nella Vallonina versante del Terminillo e dei monti che sovrastano il paese di Leonessa. Ma altre acque perenni nascono e scendono anche dall’altro lato della Valle. La grande presenza di torrenti e acque sorgive fa si che in inverno (spesso già agli inizi dell’Autunno) il Torrente Tascino che corre lungo tutta la Vallonina s’ingrossi a tal punto che negli anni passati fu necessario “imbrigliarne” il corso fin quasi al paese di Leonessa.

Ai piedi del Terminillo, a pochi metri dal Rifugio Vallonina, c’è uno dei più bei fontanili del Gruppo. Raggiungibile anche in automobile è una fonte con una portata d’acqua incredibile, quest’anno non è mai stata in secco ma sempre costante. La sorgente è poco più a monte , nei pressi dei ruderi dell’antico convento.
Purtroppo l’acqua finisce col tracimanre dalle vasche del fontanile e  perdersi inesorabilmente verso il Torrente Tascino (che però è in secca!) . Una gestione accorta di questa risorsa sarebbe auspicabile, almeno per evitare che tanta possibile ricchezza , di questi tempi quanto mai preziosa, vada lasciata perdersi così, nel fango…

Uno dei torrenti che scendono dalle pendici del Terminillo verso la Vallonina

Uno dei torrenti che scendono dalle pendici del Terminillo verso la Vallonina

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La Fonte di Vallonina con le vasche piene d'acqua e tracimanti

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Il fontanile più in quota di tutto il gruppo montuoso dei Monti Reatini è la Fonte nota come Sorgente dell’Acquasanta. Una grosso fantanile a più vasche anch’esso costruito per abbeverare il bestime al pascolo. Si trova sopra i 1700 metri di quota e probabilmente proprio per l’elevata altitudine cui è posta la falda non riceve abbastanza acqua nei mesi più secchi ed in estate è frequente che la fontana sia prosciugata o con un sottile filo d’acqua intermittente. Viene, infatti, alimentata soprattutto dalle nevi dei Sassetelli in scioglimento nel periodo primaverile – estivo.

La Fonte dell'Acquasanta agli inizi dell'Estate

La Fonte dell

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Un fontanile molto noto, le cui acque, dice la tradizione popolare, hanno addiritura proprietà terapeutiche è la Fonte di Cocoione, riportata sulle carte come Fonte della Rocchetta. Si tratta di un fontanile antichissimo, probabilmente già noto ai tempi in cui Francesco d’Assisi passò per questi monti; e infatti non è distante dal grande Faggio che la tradizione religiosa vuole abbia offerto riparo al Poverello ed è pure vicino all’antico abitato diroccato di Cocoione.
C’è sempre acqua, in Estate certo di meno e a volte con intervalli di qualche minuto ma a falda porta sempre acqua. A dire il vero, negli ultimi anni la portata è diminuita sensibilmente , cosa, peraltro, comune a tutte le fonti e sorgenti nella zona di Rivodutri-Cepparo.
Si trova su di un colle, poco sotto la cima e dalla fonte si gode un panorama unico sulla Valle reatina.

La Fonte di Cocoione con bestiame al pascolo

La Fonte di Cocoione con bestiame al pascolo

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La Fonte di Cocoione, o della Rocchetta

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Il fontanile al quale sono più legato, per le storie che vi ho vissuto e per i racconti che vi ho ascoltato è la Fonte delle Porcareccia. Alle pendici del Monte Corno, sottostante Prato Lupino, da qui, dalla stessa falda che poi esce più a valle, nasce il Rio Fuggio, torrente che alimenta l’acquedotto di Leonessa, dopo aver regalato scenari d’incanto con cascate e salti tra rocce e acque perenni.
La fonte delle Porcareccia è la fonte del bestiame che pascola alle quote più alte di questa zona dei Monti Reatini, anch’essa antichissima, era sulla strada (oggi sentiero CAI) che collegava Leonessa al Passo La Fara, che collegava dunque il Regno al Papato, storia di poco più che cent’anni fa!
Negli anni è stata più volte ricostruita, erano gli stessi pastori che se ne prendevano cura come fosse un DOVERE mantenere la fonte, che poi vi si abbeverasse il proprio bestiame o quello degli altri, che il bestiame fosse rivodutrano o leonessano…erano cose di poco conto . Oggi evidentemente le cose e gli uomini sono cambiati e la fonte è rotta in più punti e le lunghe vasche , i “trocchi”, sono fatiscenti. Sorge in una radura fangosa e pietrosa attorno ai 1550 metri e forse proprio per l’altitudine solo in primavera la falda è piena e può alimentare una portata tale da riempire tutte le vasche. Normalmente dalla metà di Agosto alle prime piogge di Settembre la Fonte è in secca. Quest’anno, tuttavia , nonostante un’ Estate molto torrida l’acqua non ha mai smesso di sgorgare, seppur più debolmente c’è sempre stata! Si alimenta con lo scioglimento delle nevi del Monte Corno e quest’anno , a causa delle tarde abbondanti nevicate primaverili, in Maggio c’era ancora molta neve.


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Lo spirito dei monaci della Vallonina

26 09 2008

I racconti che più volentieri ascoltavo da mia nonna erano quelli che parlavano della sua infanzia, in anni lontanissimi ormai, gli anni della Prima Guerra Mondiale, quando arrivare a Rieti dai paesi delle montagne reatine era un viaggio e arrivare fino a Roma un miraggio!
Mia nonna raccontava che quando aveva 9-10 anni, nel 1918 o nel 1919, accompagnava , assieme a sua sorella, il suo nonno nel pesante lavoro di mandriano. Faceva , infatti il vaccaro di un signorotto locale , grande proprietario di terra e bestiame. E mi raccontava che quando scendeva la prima neve , la “settembrina”, le vacche dovevano essere riportate nella pianura dai pascoli d’altura della Vallonina.
Più o meno dove oggi sorge il Rifugio Vallonina , vi era un antico bivacco costruito dai pastori , in un punto strategico per il controllo del bestiame che scendeva dalla vallata e al riparo dalle eventuali piene del Torrente Tascino.
Proprio da quelle parti secoli addietro sorgeva un antico Monastero Agostiniano, di cui oggi, miracolosamente, ancora si conservano alcuni resti.
Era l’antico e potente Convento agostiniano di Sant’Egidio, potentissimo nei secoli e garante per tutto il XVI delle popolazioni raccolte nella Rocca di Valle Leonina (un’antica fortificazione di cui ancora oggi si conserva qualche resto e che è nota come Torre Vallonina). Ed erano molte quelle genti che di passaggio transitavano per di là e lasciavano offerte a Sant’Egidio; infatti l’antica Via di collegamento tra Leonessa e Rieti passava proprio per i monti di fronte, per i Monti di Versanello, dove pure sorgeva un antico ospedale presso i prati di San Bartolomeo ( che anch’esso conserva qualche resto) e per i monti d’intorno del Passo La Fara dove erano molte le fortificazioni.

Molte leggende nacquero su quegli antichi ruderi, venerazione e timore, sacro e profano si confusero assieme in riti propiziatori per boscaioli e pastori.
Così, mia nonna raccontava che i pastori e i mandriani si fermavano sui resti del monastero per pregare e supplicare che gli spiriti dei monaci vegliassero sulle mandrie e sui vaccari che dovevano tornare incolumi nelle stalle e dalle famiglie. Così, il silenzio di quegli antichi ruderi non doveva essere disturbato e un alone di sacralità e timore ne delineava il perimetro. Perchè se il sonno eterno dei monaci veniva disturbato questi si sarebbero infuriati e si sarebbero uditi intonare con rabbia i canti sacri e i torrenti della Vallonina si sarebbero ingrossati portando via le mandrie e i mandriani e la neve sarebbe scesa copiosa a segnare disgrazie future per quanti sarebbero stati superstiti.

Oggi quel Convento c’è ancora, é una delle immense ricchezze nascoste della Vallonina di cui, però, si tace per invece propagandare altro turismo, quello che non rispetta neppure il silenzio secolare che per generazioni e generazioni è stato devotamente osservato, quello chiassoso e distruttivo dei monti.
Sono ricchezze nascoste apparentemente solo da qualche faggio, sicuramente però sono nascoste da volontà politiche che, ahimè, le chiudono nel dimenticatoio per far spazio alla modernità chiassosa, inquinante e distruttiva e…con un futuro (ammesso e non concesso che garantisca un minimo di prensente!) assai più breve di quello di tanta storia secolare che l’antica e meravigliosa Valle Leonina ad ogni angolo di bosco racconta.

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Le vie d’arrampicata del Terminillo 1. (una ad Est ed una a Nord)

21 09 2008

Visto che in molti mi chiedono spesso informazioni sul se e dove si può arrampicare al Terminillo, forse è bene spendere qualche pagina anche su quello che per me è il contattatto più intimo che un uomo può avere con le montagne.

Lo farò, come sempre, a modo mio..e quindi, badi bene ogni lettore…tutto quanto riporterò saranno mie proprie valutazioni personali, derivanti dalla mia propria esperienza e dunque tutto molto soggettivo. E non avrò cura di descrivere minuziosamente ogni singolo tratto di parete, ma semplicemente scriverò, come sempre, quanto esce fuori dalla mia mente, nella regola della massima spontaneità.
Non è una semplice formalità avvisare che questa pagina e gli articoli che seguiranno non vogliono essere una sorta di “guida alle pareti del Terminillo” e dunque che il lettore non la prenda come tale. Ovviamente non avrò responsabilità di sorta e ovviamente tutto quanto scriverò sarà un prodotto mio destinato a rimanere su questo blog.

——————

LO SPIGOLO DELLA PLACCA

La via d’arrampicata senza dubbio più frequentata, la via che è stata scuola di roccia per ogni alpinista che si sia avventurato su queste pareti, la via più bella…è la Via dello Spigolo.

Il grande sperone di roccia che si erge subito sotto la vetta del Terminillo sulla parete Est e che è delimitato tra due marcati canaloni sulla destra (caratterizzati da alcune guglie) e il canalone centrale sulla sinistra ospita diverse vie d’arrampicata, le vie di certo più frequentate del Terminillo, alcune molto dure, altre tecnicamente piuttosto semplici ma sempre insidiose per la pessima qualità della roccia, spesso friabile e, soprattutto in primavera, spesso umida. Tra queste vie, la più intuitiva è quella che sale lo spigolo dello sperone, sul bordo sinistro della grande placca e subito al di sotto del grande strampiombo  che la sormonta.

Su questa , che è nota appunto come Via dello Spigolo, hanno mosso i primi passi d’arrampicata tutte le generazioni di alpinisti che sono nate alle pendici del Terminillo. Classica, mai dura ma mai banale, verticale, con esposizione su panorami mozzafiato, è la via che amo di più e che non mi stancherò mai di risalire.

Sono solamente due tiri di corda verticali per un massimo di circa 90 metri, ed un dislivello fino alla vetta di circa 130 metri.

Si attacca dalla placca iniziale che sale dove lo Sperone centrale è diviso in due da un profondo canalino, difficoltà di IV grado all’inizio che mollano subito dopo sul terzo grado e che, man mano che l’itinerario si avvicina alla placca sulla sinistra, risalgono di nuovo fino al IV. La via è sempre molto (sicuramente troppo!!) protetta, ma attenzione perchè dopo l’inverno i chiodi escono facilmente dalla loro sede e le rocce sono sempre rotte e gli appigli sdrucciolevoli. Si misura ogni passo, si bada a non caricare mai troppo gli appigli e gli appoggi , ma l’arrampicata è suggestiva, sempre concentrata ma mai esasperata, semplicemnte BELLA. Il primo tiro sosta su un comodo balcone alla sinistra del grande tetto che sovrasta la placca , si respira e si gode lo spettacolo dell’Appenino Centrale guardando all’Elefante, più in fondo al Gran Sasso, alla Laga e ai Sibillini ma attirati costantemente dalle pareti d’intorno, dai canalini e dalle cenge innevate… e da quel grande strapiombo sulla sinistra che si dice sia stato forzato solo in artificiale.

Di qui due possibilità: o si sale dritti per dritti su rocce in leggero stapiombo con difficlotà più sostenute, oppure si va sulla destra (ed è l’uscita classica), su una stretta cengia erbosa che è spesso innevata e che porta a paretine di roccia rotta da non sottovalutare. Si esce su un grande terrazo erboso e si sosto passando una fettuccia attorno ad uno dei grossi massi che s’incontrano.

Di qui si arriva in vetta con arrampicata su facili roccette.

Oggettivamente è una via facile ma assolutamente mai banale e da non sottovalutare perchè la roccia è altrattanto oggetivamnte pessima e davvero occore misurare ogni movimento.

La bellezza dell’itinerario e l’arrampicata piacevole e concentrata ripagano della brevità della via, che però se affrontata in solitaria solitudine ha un immenso valore terapeutico!!!

sulla placca iniziale della Via dello Spigolo

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VIE DEL NORD.

Scrivo ora della più bella parete del Terminillo, quella che non teme paragoni in Appennino e quella che ha segnato indimenticabili momenti e sensazioni e che racchiude e ha sempre racchiuso molti dei miei sogni alpinistici.

La prima via integrale della parete è la Via Bianchetti – Sciarra , aperta dai due alpinisti reatini nel 1977. Su questa via si interseca più volte, fino a seguirne l’intero tracciato per la parte superiore, una via sportiva moderna, aperta in iverno dal basso con staffe, trapano e spit da alcuni alpinisti di Tivoli una dozzina d’anni fa. Si tratta di una delle querrelles che si sono aperte assieme alle vie d’arrampicata su questa parete. Personalmente non ho nulla in contrario all’apertura di vie dal basso con spit e trapano, semplicemente, se non piace di arrampicare protetto, non lo faccio e basta! Comunque , visto che la via ( che si chiama mi pare Dei Nord tivolesi) ripercorre per lunghi tratti la via originaria forse qualche remora di etica dell’arrampicata è pure giustificata, ma la questione, come ripeto, non mi tocca. é di quest’ultima via che ora voglio raccontare.
L’ho percorsa per l’ultima volta un anno fa, e ne sono rimasto entusiasta, tanto che mi piacerebbe tornarci in futuro e tanto che su quei metri di verticale coltivo alcuni sogni.Basti semplicemente dire che fu un’esperienza meravigliosa, di piena intimità con la montagna.
Dopo aver risalito un ripido pendio erboso (quasi verticale) al di sotto della Sella Chiaretti, più o meno a metà della grande placca che costituisce lo zoccolo della parete Nord, si arriva ad un grosso sasso segnato con della vernice verde (ormai quasi del tutto scomparsa) e da lì si osserva sulla sinistra l’esile fessura che percorsero i primi ripetitori della via originaria. Pochi metri sopra il sasso la via sale la grande placca dello zoccolo della parete, proprio nella sezione dove non ci sono fessure , pochi metri a destra della fessura di cui dicevo poc’anzi.
è protetta, gli spit danno sicurezza contro l’esposizione che si avverte quasi subito , e la chiodatura è vicina ma i passaggi sono obbligati ed a tratti duri, penso attorno al 6b. La placca è levigata ma gli appigli erano sporchi e non sempre sicuri, molti vennero giù e molti erano pieni di terra e pietruzze. Alcuni spit, logorati dal tempo , erano visibilmente instabili e quindi non è bene farvi troppo affidamento, ma occorre rimontare questa placca con più continuità possibile. Si sale fino alla larga e comoda cengia che taglia obbliquamente la parete e lì si sosta! Di qui le due vie si incontrano e risalgono una fessura strapiombante protetta con vecchi chiodi , probabilmente quelli dei primi salitori. Le difficoltà in questo tratto sono sempre sostenute dato il pessimo stato della roccia che è spesso anche bagnata. Le placche sono terminate e si prosegue per altri 3 tiri di corda su canalini e camini di rocce instabili e bagnate. Ma lo spettacolo che offre quell’angolo di Terminillo è incommensurabile, è la roccia che ti protegge dal vuoto e allo stesso tempo ti spinge di sotto.
La direzione è poi verso destra, per una cengia erbosa che dopo gli ultimi camini porta in direzione dello Spigolo Nord-Est (più o meno dove esce il canale Chiaretti – Pietrostefani). Si va ad intuito e poi seguendo qualche chiodo arrugginito .

Alla fine ci si lascia dietro semplicemente una delle esperienze più profonde che il Terminillo possa offrire..e scusate se è poco

discesa in corda doppia dalla parete nord del terminillo, lungo la via originaria

discesa in corda doppia dalla parete nord del terminillo, lungo la via originaria

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La via de lu confine intra regnicoli e papalini…di Montagne, Stati, Regioni e confini antichi e moderni.

16 09 2008

Alla ribalta delle cronache nazionali , in questi giorni il comune di Leonessa si prepara al voto che lo dovrebbe portare a cambiare amministrazione regionale in favore dell’Umbria.
La solita storia di montagna: tanti interessi economici, qualche interesse politico, tanta propaganda, un paese montano e una montagna e una vallata che hanno la colpa di essere gioielli ambientali di valore immenso, che però stanno nella regione sbagliata!!
Beh, non voglio perder tempo a narrare le vicende politiche che hanno portato a questo voto referendario, basterà dire che è una storia pietosa, o forse penosa e lascerò il lettore documentarsi per suo conto; quella che invece mi preme raccontare è una storia un poco antica, credo ormai dimenticata dai più, e che ancora una volta mi convince come la storia si ripeta e come, ahimè, la gente e ancor prima i governanti non badino quasi mai alle lezioni che la storia e la cultura popolare ci danno costantemente.

Quando ero bambino un vecchio barbuto tagliaboschi e pastore del mio paese d’origine, che era più vecchio di qualsiasi vecchio che abbia mai conosciuto e che è rimasto nella mia mente come la figura del vecchio cantastorie ubriaco di vino e di vita , di storie di lupi , di streghe e briganti, un pò Omero e forse un pò Mauro Corona, mi raccontò un aneddoto che non ho mai capito ma che oggi mi è balzato in mente in tutto il suo significato!!

<< Un giorno, due grossi e affamati cani s’incontrarono alla fonte dell’acqua La Tavola sui Monti di Versanello ( sull’antico e combattuto confine tra Papato e Regno delle due Sicilie), l’uno era per il papa, l’altro era per il re. Quello papalino trovò una grossa lepre e baldanzoso e orgoglioso ne faceva bella mostra all’altro. Quello del Regno, molto furbo, per fargli mollare la preda gli chiese con decisione: “non te conoscio, de dò si?”. e l’altro tutto orgoglioso: “so de lu Papa!!” e spalancando la bocca mollò la preda che subito il cane regnicolo afferra con destrezza. A questo punto il cane papalino tentò la stessa tattica e chiese: “ma tu chi è? de do sì?”; e il cane del regno: “so de lu rregno!” rispone digrignando i denti e stringendo la lepre più forte!
Ma fu allora che un lupo, che aveva osservato la scena da dietro un albero, saltò tra i due e dicendo “IO INVECE NON SO NÈ DE LU PAPA NÈ DE LU REGNO, IO SO DE LI MONTI!” li scannò entrambe in men che non si dica,si prese la lepre e se ne tornò tra i boschi.

La questione dei confini in quel di Leonessa è annosa nel vero senso della parola! Per secoli le popolazioni pedemontane di questi luoghi si sono AMMAZZATE (ahimè, non esagero !!!)per una invisibile linea di confine che correva per le creste e le coste che convergono sulla punta del monte che si chiama Corno.
Dopo il XIV secolo queste montagne, allora infestate da lupi e banditi che fuggivano la legge e la società che si andava urbanizzando, divennero un obbligato crocevia di floridi traffici economici tra il Regno e il Papato, tanto che vi nacquero rocche e fortezze che la toponomastica ancora ricorda (Cima d’Arme, la Doganella, i Castiglioni, Passo La Fara). E Leonessa nacque proprio per garantire il confine del Regno verso Nord. Non furono “guerricciole” tra montanari, ma vere e proprie questioni di stato che si protrassero per secoli e che cosparsero questi crinali di tanto sangue . Fu così che solo nel 1855 il confine di Collelungo fu finalmente definito. Vennero assoldate orde di artigiani, di mulattieri, di falegnami, di intagnatori e di zappatori che col proprio sudore e lavoro dovevano riscattare i secoli di sangue versato; e così, con buona pace di Papa e regno, di leonessani, di riutrani, di poiani e cantaliciani , vennero erette quelle colonnette di pietra che ancora oggi in qualche caso si incontrano .
La storia però fu impietosa…era il 1855, dicevo, tutto quel sangue e quel lavoro inutile servì per un confine di stato destinato a durare soli 5 anni: nel 1860 l’unità d’Italia mise fine all’uno e all’altro regno…e quelle colonnette restarono solo ad imperitura memoria della stupidità umana.

150 anni dopo, Leonessa si ripresenta a chiedere di ritirare i confini!! Non ho la presunzione di conoscere il futuro, ma l’umilità di ascoltare e cercare d’ imparare dal passato.
Spero solo che tanto clamore dalle pianure ai piedi del Tilia e del Cambio non si risolva tra qualche anno con un drammatico nulla di fatto…magari perchè il riscaldamento terrestre esiste davvero, anche se oggi da queste parti abbiamo ancora la neve e sogni di possibili crocevia di soldi e sciatori…semprechè dietro quei sogni  non si nasconda un lupo come quello della fonte dell’Acqua La Tavola ….
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La colonnetta di confine n° 470, sulla vetta 1700m di Collelungo, guardando verso il terminillo, il Cambio e il Monte Corno

colonnetta 470

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