Il Referendum di Leonessa

1 12 2008

Alla fine anche questo capitolo si è chiuso.

Ci sono voluti mesi di campagna elettorale (o referendaria, come si preferisce), confronti spesso duri, fiumi di inchiostro e di pagine web, ci sono voluti 2 giorni di elezione, 1207 leonessani andati alle urne, 926 voti per il SI , 238 per il NO, 43 schede nulle…e finalmente il capitolo si è chiuso. E si chiuso inaspettatamente con la secca bocciatura della richiestadi secessione dal Lazio. Tutto qui: la bocciatura della richiesta di distacco dal Lazio e annessione all’Umbria. Nulla di più. Nulla di più se a monte non ci fosse stata , secondo me, tanta demagogia, tanta speranza (risultata vana) di far passare lo sci (o l’ approvazione del progetto ISIC) come la sola chiave di volta per sostenere un florido sviluppo economico; nulla di più se non si fosse cercato in tutti i modi di far passare Leonessa e i leonessani come dimenticati da tutte le altre Amministrazioni che non fossero state il Comune; nulla di più se non si fosse trascurato che poi, in fin dei conti, è la gente che decide e non  la tracotanza politica. Forse, il risultato di questo referendum appariva fin troppo scontato, io stesso non avrei mai creduto all’esito che poi è stato, ma questo è il potere del più alto istituto di democrazia. DEMOCRAZIA DIRETTA, appunto.

Forse i leonessani sono stati anche infastiditi da questo essere chiamati in causa come “vittime”, vittime della Regione , della Provincia, vittime dell’ambientalismo, vittime di chi chiedeva qualcos’altro oltre allo sviluppo sciistico (quando poi mi pare proprio chealla gente  non è importato un gran che della secessione dovuta alla mancata approvazione dei nuovi impianti). Una bella lezione, veramente una bella lezione di politica e di democrazia, una bella lezione a chi diceva di Leonessa come un comune già fuggito dal Lazio, una bella lezione a chi dava tutto per scontato quando poi di scontato non c’è stato nulla.

E una bella lezione di dignità  l’ha data anche il rappresentante del comitato per il SI, che seppur artefice di tutto questo, non si è celato dietro facili e fragili ripari ma ha affrontato TUTTO di persona (e mi pare anche abbastanza solo), la campagna elettorale, il referendum ed il suo esito. Chi prende atto delle proprie sconfitte è il primo dei vincitori.

Peccato solo che , come al solito, c’è chi vuole far passare la sconfitta come una vittoria, con considerazioni del tipo: “sconfitto il partito dell’astensione”, oppure ” la gente ha comunque risposto”, oppure ancora ” dovrà rendersi conto ai quasi 1000 leonessani che avrebbero voluto l’Umbria”. E ancora più peccato che quando si blaterano certe cose si scorda che l’astensione è un diritto che tra l’altro nel referendum “equivale” ad un voto (NO), si scorda che LA MAGGIORANZA HA VOTATO NO O NON è ANDATA A VOTARE, si scorda che LA GENTE HA RISPOSTO NO, si scorda che LA MAGGIORANZA DEI LEONESSANI NON VOLEVA ANDARE IN UMBRIA. Quindi…capisco anche che le sconfitte bruciano, ma  almeno che vengano affrontate con dignità, senza cercare improbabili vie d’uscita ..perchè LEONESSA è STATA CHIARA, IN UMBRIA NON CI VOLEVA ANDARE. E QUESTO è STATO IL VOLERE DELLA GENTE, NON FRAINTENDIBILE, ESTREMAMENTE CHIARO . PRENDETENE ATTO…perchè così è se vi pare.

Leonessa ruggisce ancora, leggo sul web, beh…altro che se ruggisce…ed è un ruggito veramente forte!





Lo spirito dei monaci della Vallonina

26 09 2008

I racconti che più volentieri ascoltavo da mia nonna erano quelli che parlavano della sua infanzia, in anni lontanissimi ormai, gli anni della Prima Guerra Mondiale, quando arrivare a Rieti dai paesi delle montagne reatine era un viaggio e arrivare fino a Roma un miraggio!
Mia nonna raccontava che quando aveva 9-10 anni, nel 1918 o nel 1919, accompagnava , assieme a sua sorella, il suo nonno nel pesante lavoro di mandriano. Faceva , infatti il vaccaro di un signorotto locale , grande proprietario di terra e bestiame. E mi raccontava che quando scendeva la prima neve , la “settembrina”, le vacche dovevano essere riportate nella pianura dai pascoli d’altura della Vallonina.
Più o meno dove oggi sorge il Rifugio Vallonina , vi era un antico bivacco costruito dai pastori , in un punto strategico per il controllo del bestiame che scendeva dalla vallata e al riparo dalle eventuali piene del Torrente Tascino.
Proprio da quelle parti secoli addietro sorgeva un antico Monastero Agostiniano, di cui oggi, miracolosamente, ancora si conservano alcuni resti.
Era l’antico e potente Convento agostiniano di Sant’Egidio, potentissimo nei secoli e garante per tutto il XVI delle popolazioni raccolte nella Rocca di Valle Leonina (un’antica fortificazione di cui ancora oggi si conserva qualche resto e che è nota come Torre Vallonina). Ed erano molte quelle genti che di passaggio transitavano per di là e lasciavano offerte a Sant’Egidio; infatti l’antica Via di collegamento tra Leonessa e Rieti passava proprio per i monti di fronte, per i Monti di Versanello, dove pure sorgeva un antico ospedale presso i prati di San Bartolomeo ( che anch’esso conserva qualche resto) e per i monti d’intorno del Passo La Fara dove erano molte le fortificazioni.

Molte leggende nacquero su quegli antichi ruderi, venerazione e timore, sacro e profano si confusero assieme in riti propiziatori per boscaioli e pastori.
Così, mia nonna raccontava che i pastori e i mandriani si fermavano sui resti del monastero per pregare e supplicare che gli spiriti dei monaci vegliassero sulle mandrie e sui vaccari che dovevano tornare incolumi nelle stalle e dalle famiglie. Così, il silenzio di quegli antichi ruderi non doveva essere disturbato e un alone di sacralità e timore ne delineava il perimetro. Perchè se il sonno eterno dei monaci veniva disturbato questi si sarebbero infuriati e si sarebbero uditi intonare con rabbia i canti sacri e i torrenti della Vallonina si sarebbero ingrossati portando via le mandrie e i mandriani e la neve sarebbe scesa copiosa a segnare disgrazie future per quanti sarebbero stati superstiti.

Oggi quel Convento c’è ancora, é una delle immense ricchezze nascoste della Vallonina di cui, però, si tace per invece propagandare altro turismo, quello che non rispetta neppure il silenzio secolare che per generazioni e generazioni è stato devotamente osservato, quello chiassoso e distruttivo dei monti.
Sono ricchezze nascoste apparentemente solo da qualche faggio, sicuramente però sono nascoste da volontà politiche che, ahimè, le chiudono nel dimenticatoio per far spazio alla modernità chiassosa, inquinante e distruttiva e…con un futuro (ammesso e non concesso che garantisca un minimo di prensente!) assai più breve di quello di tanta storia secolare che l’antica e meravigliosa Valle Leonina ad ogni angolo di bosco racconta.

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La via de lu confine intra regnicoli e papalini…di Montagne, Stati, Regioni e confini antichi e moderni.

16 09 2008

Alla ribalta delle cronache nazionali , in questi giorni il comune di Leonessa si prepara al voto che lo dovrebbe portare a cambiare amministrazione regionale in favore dell’Umbria.
La solita storia di montagna: tanti interessi economici, qualche interesse politico, tanta propaganda, un paese montano e una montagna e una vallata che hanno la colpa di essere gioielli ambientali di valore immenso, che però stanno nella regione sbagliata!!
Beh, non voglio perder tempo a narrare le vicende politiche che hanno portato a questo voto referendario, basterà dire che è una storia pietosa, o forse penosa e lascerò il lettore documentarsi per suo conto; quella che invece mi preme raccontare è una storia un poco antica, credo ormai dimenticata dai più, e che ancora una volta mi convince come la storia si ripeta e come, ahimè, la gente e ancor prima i governanti non badino quasi mai alle lezioni che la storia e la cultura popolare ci danno costantemente.

Quando ero bambino un vecchio barbuto tagliaboschi e pastore del mio paese d’origine, che era più vecchio di qualsiasi vecchio che abbia mai conosciuto e che è rimasto nella mia mente come la figura del vecchio cantastorie ubriaco di vino e di vita , di storie di lupi , di streghe e briganti, un pò Omero e forse un pò Mauro Corona, mi raccontò un aneddoto che non ho mai capito ma che oggi mi è balzato in mente in tutto il suo significato!!

<< Un giorno, due grossi e affamati cani s’incontrarono alla fonte dell’acqua La Tavola sui Monti di Versanello ( sull’antico e combattuto confine tra Papato e Regno delle due Sicilie), l’uno era per il papa, l’altro era per il re. Quello papalino trovò una grossa lepre e baldanzoso e orgoglioso ne faceva bella mostra all’altro. Quello del Regno, molto furbo, per fargli mollare la preda gli chiese con decisione: “non te conoscio, de dò si?”. e l’altro tutto orgoglioso: “so de lu Papa!!” e spalancando la bocca mollò la preda che subito il cane regnicolo afferra con destrezza. A questo punto il cane papalino tentò la stessa tattica e chiese: “ma tu chi è? de do sì?”; e il cane del regno: “so de lu rregno!” rispone digrignando i denti e stringendo la lepre più forte!
Ma fu allora che un lupo, che aveva osservato la scena da dietro un albero, saltò tra i due e dicendo “IO INVECE NON SO NÈ DE LU PAPA NÈ DE LU REGNO, IO SO DE LI MONTI!” li scannò entrambe in men che non si dica,si prese la lepre e se ne tornò tra i boschi.

La questione dei confini in quel di Leonessa è annosa nel vero senso della parola! Per secoli le popolazioni pedemontane di questi luoghi si sono AMMAZZATE (ahimè, non esagero !!!)per una invisibile linea di confine che correva per le creste e le coste che convergono sulla punta del monte che si chiama Corno.
Dopo il XIV secolo queste montagne, allora infestate da lupi e banditi che fuggivano la legge e la società che si andava urbanizzando, divennero un obbligato crocevia di floridi traffici economici tra il Regno e il Papato, tanto che vi nacquero rocche e fortezze che la toponomastica ancora ricorda (Cima d’Arme, la Doganella, i Castiglioni, Passo La Fara). E Leonessa nacque proprio per garantire il confine del Regno verso Nord. Non furono “guerricciole” tra montanari, ma vere e proprie questioni di stato che si protrassero per secoli e che cosparsero questi crinali di tanto sangue . Fu così che solo nel 1855 il confine di Collelungo fu finalmente definito. Vennero assoldate orde di artigiani, di mulattieri, di falegnami, di intagnatori e di zappatori che col proprio sudore e lavoro dovevano riscattare i secoli di sangue versato; e così, con buona pace di Papa e regno, di leonessani, di riutrani, di poiani e cantaliciani , vennero erette quelle colonnette di pietra che ancora oggi in qualche caso si incontrano .
La storia però fu impietosa…era il 1855, dicevo, tutto quel sangue e quel lavoro inutile servì per un confine di stato destinato a durare soli 5 anni: nel 1860 l’unità d’Italia mise fine all’uno e all’altro regno…e quelle colonnette restarono solo ad imperitura memoria della stupidità umana.

150 anni dopo, Leonessa si ripresenta a chiedere di ritirare i confini!! Non ho la presunzione di conoscere il futuro, ma l’umilità di ascoltare e cercare d’ imparare dal passato.
Spero solo che tanto clamore dalle pianure ai piedi del Tilia e del Cambio non si risolva tra qualche anno con un drammatico nulla di fatto…magari perchè il riscaldamento terrestre esiste davvero, anche se oggi da queste parti abbiamo ancora la neve e sogni di possibili crocevia di soldi e sciatori…semprechè dietro quei sogni  non si nasconda un lupo come quello della fonte dell’Acqua La Tavola ….
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La colonnetta di confine n° 470, sulla vetta 1700m di Collelungo, guardando verso il terminillo, il Cambio e il Monte Corno

colonnetta 470

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