Visto che in molti mi chiedono spesso informazioni sul se e dove si può arrampicare al Terminillo, forse è bene spendere qualche pagina anche su quello che per me è il contattatto più intimo che un uomo può avere con le montagne.
Lo farò, come sempre, a modo mio..e quindi, badi bene ogni lettore…tutto quanto riporterò saranno mie proprie valutazioni personali, derivanti dalla mia propria esperienza e dunque tutto molto soggettivo. E non avrò cura di descrivere minuziosamente ogni singolo tratto di parete, ma semplicemente scriverò, come sempre, quanto esce fuori dalla mia mente, nella regola della massima spontaneità.
Non è una semplice formalità avvisare che questa pagina e gli articoli che seguiranno non vogliono essere una sorta di “guida alle pareti del Terminillo” e dunque che il lettore non la prenda come tale. Ovviamente non avrò responsabilità di sorta e ovviamente tutto quanto scriverò sarà un prodotto mio destinato a rimanere su questo blog.
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LO SPIGOLO DELLA PLACCA
La via d’arrampicata senza dubbio più frequentata, la via che è stata scuola di roccia per ogni alpinista che si sia avventurato su queste pareti, la via più bella…è la Via dello Spigolo.
Il grande sperone di roccia che si erge subito sotto la vetta del Terminillo sulla parete Est e che è delimitato tra due marcati canaloni sulla destra (caratterizzati da alcune guglie) e il canalone centrale sulla sinistra ospita diverse vie d’arrampicata, le vie di certo più frequentate del Terminillo, alcune molto dure, altre tecnicamente piuttosto semplici ma sempre insidiose per la pessima qualità della roccia, spesso friabile e, soprattutto in primavera, spesso umida. Tra queste vie, la più intuitiva è quella che sale lo spigolo dello sperone, sul bordo sinistro della grande placca e subito al di sotto del grande strampiombo che la sormonta.
Su questa , che è nota appunto come Via dello Spigolo, hanno mosso i primi passi d’arrampicata tutte le generazioni di alpinisti che sono nate alle pendici del Terminillo. Classica, mai dura ma mai banale, verticale, con esposizione su panorami mozzafiato, è la via che amo di più e che non mi stancherò mai di risalire.
Sono solamente due tiri di corda verticali per un massimo di circa 90 metri, ed un dislivello fino alla vetta di circa 130 metri.
Si attacca dalla placca iniziale che sale dove lo Sperone centrale è diviso in due da un profondo canalino, difficoltà di IV grado all’inizio che mollano subito dopo sul terzo grado e che, man mano che l’itinerario si avvicina alla placca sulla sinistra, risalgono di nuovo fino al IV. La via è sempre molto (sicuramente troppo!!) protetta, ma attenzione perchè dopo l’inverno i chiodi escono facilmente dalla loro sede e le rocce sono sempre rotte e gli appigli sdrucciolevoli. Si misura ogni passo, si bada a non caricare mai troppo gli appigli e gli appoggi , ma l’arrampicata è suggestiva, sempre concentrata ma mai esasperata, semplicemnte BELLA. Il primo tiro sosta su un comodo balcone alla sinistra del grande tetto che sovrasta la placca , si respira e si gode lo spettacolo dell’Appenino Centrale guardando all’Elefante, più in fondo al Gran Sasso, alla Laga e ai Sibillini ma attirati costantemente dalle pareti d’intorno, dai canalini e dalle cenge innevate… e da quel grande strapiombo sulla sinistra che si dice sia stato forzato solo in artificiale.
Di qui due possibilità: o si sale dritti per dritti su rocce in leggero stapiombo con difficlotà più sostenute, oppure si va sulla destra (ed è l’uscita classica), su una stretta cengia erbosa che è spesso innevata e che porta a paretine di roccia rotta da non sottovalutare. Si esce su un grande terrazo erboso e si sosto passando una fettuccia attorno ad uno dei grossi massi che s’incontrano.
Di qui si arriva in vetta con arrampicata su facili roccette.
Oggettivamente è una via facile ma assolutamente mai banale e da non sottovalutare perchè la roccia è altrattanto oggetivamnte pessima e davvero occore misurare ogni movimento.
La bellezza dell’itinerario e l’arrampicata piacevole e concentrata ripagano della brevità della via, che però se affrontata in solitaria solitudine ha un immenso valore terapeutico!!!
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VIE DEL NORD.
Scrivo ora della più bella parete del Terminillo, quella che non teme paragoni in Appennino e quella che ha segnato indimenticabili momenti e sensazioni e che racchiude e ha sempre racchiuso molti dei miei sogni alpinistici.
La prima via integrale della parete è la Via Bianchetti – Sciarra , aperta dai due alpinisti reatini nel 1977. Su questa via si interseca più volte, fino a seguirne l’intero tracciato per la parte superiore, una via sportiva moderna, aperta in iverno dal basso con staffe, trapano e spit da alcuni alpinisti di Tivoli una dozzina d’anni fa. Si tratta di una delle querrelles che si sono aperte assieme alle vie d’arrampicata su questa parete. Personalmente non ho nulla in contrario all’apertura di vie dal basso con spit e trapano, semplicemente, se non piace di arrampicare protetto, non lo faccio e basta! Comunque , visto che la via ( che si chiama mi pare Dei Nord tivolesi) ripercorre per lunghi tratti la via originaria forse qualche remora di etica dell’arrampicata è pure giustificata, ma la questione, come ripeto, non mi tocca. é di quest’ultima via che ora voglio raccontare.
L’ho percorsa per l’ultima volta un anno fa, e ne sono rimasto entusiasta, tanto che mi piacerebbe tornarci in futuro e tanto che su quei metri di verticale coltivo alcuni sogni.Basti semplicemente dire che fu un’esperienza meravigliosa, di piena intimità con la montagna.
Dopo aver risalito un ripido pendio erboso (quasi verticale) al di sotto della Sella Chiaretti, più o meno a metà della grande placca che costituisce lo zoccolo della parete Nord, si arriva ad un grosso sasso segnato con della vernice verde (ormai quasi del tutto scomparsa) e da lì si osserva sulla sinistra l’esile fessura che percorsero i primi ripetitori della via originaria. Pochi metri sopra il sasso la via sale la grande placca dello zoccolo della parete, proprio nella sezione dove non ci sono fessure , pochi metri a destra della fessura di cui dicevo poc’anzi.
è protetta, gli spit danno sicurezza contro l’esposizione che si avverte quasi subito , e la chiodatura è vicina ma i passaggi sono obbligati ed a tratti duri, penso attorno al 6b. La placca è levigata ma gli appigli erano sporchi e non sempre sicuri, molti vennero giù e molti erano pieni di terra e pietruzze. Alcuni spit, logorati dal tempo , erano visibilmente instabili e quindi non è bene farvi troppo affidamento, ma occorre rimontare questa placca con più continuità possibile. Si sale fino alla larga e comoda cengia che taglia obbliquamente la parete e lì si sosta! Di qui le due vie si incontrano e risalgono una fessura strapiombante protetta con vecchi chiodi , probabilmente quelli dei primi salitori. Le difficoltà in questo tratto sono sempre sostenute dato il pessimo stato della roccia che è spesso anche bagnata. Le placche sono terminate e si prosegue per altri 3 tiri di corda su canalini e camini di rocce instabili e bagnate. Ma lo spettacolo che offre quell’angolo di Terminillo è incommensurabile, è la roccia che ti protegge dal vuoto e allo stesso tempo ti spinge di sotto.
La direzione è poi verso destra, per una cengia erbosa che dopo gli ultimi camini porta in direzione dello Spigolo Nord-Est (più o meno dove esce il canale Chiaretti – Pietrostefani). Si va ad intuito e poi seguendo qualche chiodo arrugginito .
Alla fine ci si lascia dietro semplicemente una delle esperienze più profonde che il Terminillo possa offrire..e scusate se è poco

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