Lo spirito dei monaci della Vallonina

26 09 2008

I racconti che più volentieri ascoltavo da mia nonna erano quelli che parlavano della sua infanzia, in anni lontanissimi ormai, gli anni della Prima Guerra Mondiale, quando arrivare a Rieti dai paesi delle montagne reatine era un viaggio e arrivare fino a Roma un miraggio!
Mia nonna raccontava che quando aveva 9-10 anni, nel 1918 o nel 1919, accompagnava , assieme a sua sorella, il suo nonno nel pesante lavoro di mandriano. Faceva , infatti il vaccaro di un signorotto locale , grande proprietario di terra e bestiame. E mi raccontava che quando scendeva la prima neve , la “settembrina”, le vacche dovevano essere riportate nella pianura dai pascoli d’altura della Vallonina.
Più o meno dove oggi sorge il Rifugio Vallonina , vi era un antico bivacco costruito dai pastori , in un punto strategico per il controllo del bestiame che scendeva dalla vallata e al riparo dalle eventuali piene del Torrente Tascino.
Proprio da quelle parti secoli addietro sorgeva un antico Monastero Agostiniano, di cui oggi, miracolosamente, ancora si conservano alcuni resti.
Era l’antico e potente Convento agostiniano di Sant’Egidio, potentissimo nei secoli e garante per tutto il XVI delle popolazioni raccolte nella Rocca di Valle Leonina (un’antica fortificazione di cui ancora oggi si conserva qualche resto e che è nota come Torre Vallonina). Ed erano molte quelle genti che di passaggio transitavano per di là e lasciavano offerte a Sant’Egidio; infatti l’antica Via di collegamento tra Leonessa e Rieti passava proprio per i monti di fronte, per i Monti di Versanello, dove pure sorgeva un antico ospedale presso i prati di San Bartolomeo ( che anch’esso conserva qualche resto) e per i monti d’intorno del Passo La Fara dove erano molte le fortificazioni.

Molte leggende nacquero su quegli antichi ruderi, venerazione e timore, sacro e profano si confusero assieme in riti propiziatori per boscaioli e pastori.
Così, mia nonna raccontava che i pastori e i mandriani si fermavano sui resti del monastero per pregare e supplicare che gli spiriti dei monaci vegliassero sulle mandrie e sui vaccari che dovevano tornare incolumi nelle stalle e dalle famiglie. Così, il silenzio di quegli antichi ruderi non doveva essere disturbato e un alone di sacralità e timore ne delineava il perimetro. Perchè se il sonno eterno dei monaci veniva disturbato questi si sarebbero infuriati e si sarebbero uditi intonare con rabbia i canti sacri e i torrenti della Vallonina si sarebbero ingrossati portando via le mandrie e i mandriani e la neve sarebbe scesa copiosa a segnare disgrazie future per quanti sarebbero stati superstiti.

Oggi quel Convento c’è ancora, é una delle immense ricchezze nascoste della Vallonina di cui, però, si tace per invece propagandare altro turismo, quello che non rispetta neppure il silenzio secolare che per generazioni e generazioni è stato devotamente osservato, quello chiassoso e distruttivo dei monti.
Sono ricchezze nascoste apparentemente solo da qualche faggio, sicuramente però sono nascoste da volontà politiche che, ahimè, le chiudono nel dimenticatoio per far spazio alla modernità chiassosa, inquinante e distruttiva e…con un futuro (ammesso e non concesso che garantisca un minimo di prensente!) assai più breve di quello di tanta storia secolare che l’antica e meravigliosa Valle Leonina ad ogni angolo di bosco racconta.

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Le vie d’arrampicata del Terminillo 1. (una ad Est ed una a Nord)

21 09 2008

Visto che in molti mi chiedono spesso informazioni sul se e dove si può arrampicare al Terminillo, forse è bene spendere qualche pagina anche su quello che per me è il contattatto più intimo che un uomo può avere con le montagne.

Lo farò, come sempre, a modo mio..e quindi, badi bene ogni lettore…tutto quanto riporterò saranno mie proprie valutazioni personali, derivanti dalla mia propria esperienza e dunque tutto molto soggettivo. E non avrò cura di descrivere minuziosamente ogni singolo tratto di parete, ma semplicemente scriverò, come sempre, quanto esce fuori dalla mia mente, nella regola della massima spontaneità.
Non è una semplice formalità avvisare che questa pagina e gli articoli che seguiranno non vogliono essere una sorta di “guida alle pareti del Terminillo” e dunque che il lettore non la prenda come tale. Ovviamente non avrò responsabilità di sorta e ovviamente tutto quanto scriverò sarà un prodotto mio destinato a rimanere su questo blog.

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LO SPIGOLO DELLA PLACCA

La via d’arrampicata senza dubbio più frequentata, la via che è stata scuola di roccia per ogni alpinista che si sia avventurato su queste pareti, la via più bella…è la Via dello Spigolo.

Il grande sperone di roccia che si erge subito sotto la vetta del Terminillo sulla parete Est e che è delimitato tra due marcati canaloni sulla destra (caratterizzati da alcune guglie) e il canalone centrale sulla sinistra ospita diverse vie d’arrampicata, le vie di certo più frequentate del Terminillo, alcune molto dure, altre tecnicamente piuttosto semplici ma sempre insidiose per la pessima qualità della roccia, spesso friabile e, soprattutto in primavera, spesso umida. Tra queste vie, la più intuitiva è quella che sale lo spigolo dello sperone, sul bordo sinistro della grande placca e subito al di sotto del grande strampiombo  che la sormonta.

Su questa , che è nota appunto come Via dello Spigolo, hanno mosso i primi passi d’arrampicata tutte le generazioni di alpinisti che sono nate alle pendici del Terminillo. Classica, mai dura ma mai banale, verticale, con esposizione su panorami mozzafiato, è la via che amo di più e che non mi stancherò mai di risalire.

Sono solamente due tiri di corda verticali per un massimo di circa 90 metri, ed un dislivello fino alla vetta di circa 130 metri.

Si attacca dalla placca iniziale che sale dove lo Sperone centrale è diviso in due da un profondo canalino, difficoltà di IV grado all’inizio che mollano subito dopo sul terzo grado e che, man mano che l’itinerario si avvicina alla placca sulla sinistra, risalgono di nuovo fino al IV. La via è sempre molto (sicuramente troppo!!) protetta, ma attenzione perchè dopo l’inverno i chiodi escono facilmente dalla loro sede e le rocce sono sempre rotte e gli appigli sdrucciolevoli. Si misura ogni passo, si bada a non caricare mai troppo gli appigli e gli appoggi , ma l’arrampicata è suggestiva, sempre concentrata ma mai esasperata, semplicemnte BELLA. Il primo tiro sosta su un comodo balcone alla sinistra del grande tetto che sovrasta la placca , si respira e si gode lo spettacolo dell’Appenino Centrale guardando all’Elefante, più in fondo al Gran Sasso, alla Laga e ai Sibillini ma attirati costantemente dalle pareti d’intorno, dai canalini e dalle cenge innevate… e da quel grande strapiombo sulla sinistra che si dice sia stato forzato solo in artificiale.

Di qui due possibilità: o si sale dritti per dritti su rocce in leggero stapiombo con difficlotà più sostenute, oppure si va sulla destra (ed è l’uscita classica), su una stretta cengia erbosa che è spesso innevata e che porta a paretine di roccia rotta da non sottovalutare. Si esce su un grande terrazo erboso e si sosto passando una fettuccia attorno ad uno dei grossi massi che s’incontrano.

Di qui si arriva in vetta con arrampicata su facili roccette.

Oggettivamente è una via facile ma assolutamente mai banale e da non sottovalutare perchè la roccia è altrattanto oggetivamnte pessima e davvero occore misurare ogni movimento.

La bellezza dell’itinerario e l’arrampicata piacevole e concentrata ripagano della brevità della via, che però se affrontata in solitaria solitudine ha un immenso valore terapeutico!!!

sulla placca iniziale della Via dello Spigolo

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VIE DEL NORD.

Scrivo ora della più bella parete del Terminillo, quella che non teme paragoni in Appennino e quella che ha segnato indimenticabili momenti e sensazioni e che racchiude e ha sempre racchiuso molti dei miei sogni alpinistici.

La prima via integrale della parete è la Via Bianchetti – Sciarra , aperta dai due alpinisti reatini nel 1977. Su questa via si interseca più volte, fino a seguirne l’intero tracciato per la parte superiore, una via sportiva moderna, aperta in iverno dal basso con staffe, trapano e spit da alcuni alpinisti di Tivoli una dozzina d’anni fa. Si tratta di una delle querrelles che si sono aperte assieme alle vie d’arrampicata su questa parete. Personalmente non ho nulla in contrario all’apertura di vie dal basso con spit e trapano, semplicemente, se non piace di arrampicare protetto, non lo faccio e basta! Comunque , visto che la via ( che si chiama mi pare Dei Nord tivolesi) ripercorre per lunghi tratti la via originaria forse qualche remora di etica dell’arrampicata è pure giustificata, ma la questione, come ripeto, non mi tocca. é di quest’ultima via che ora voglio raccontare.
L’ho percorsa per l’ultima volta un anno fa, e ne sono rimasto entusiasta, tanto che mi piacerebbe tornarci in futuro e tanto che su quei metri di verticale coltivo alcuni sogni.Basti semplicemente dire che fu un’esperienza meravigliosa, di piena intimità con la montagna.
Dopo aver risalito un ripido pendio erboso (quasi verticale) al di sotto della Sella Chiaretti, più o meno a metà della grande placca che costituisce lo zoccolo della parete Nord, si arriva ad un grosso sasso segnato con della vernice verde (ormai quasi del tutto scomparsa) e da lì si osserva sulla sinistra l’esile fessura che percorsero i primi ripetitori della via originaria. Pochi metri sopra il sasso la via sale la grande placca dello zoccolo della parete, proprio nella sezione dove non ci sono fessure , pochi metri a destra della fessura di cui dicevo poc’anzi.
è protetta, gli spit danno sicurezza contro l’esposizione che si avverte quasi subito , e la chiodatura è vicina ma i passaggi sono obbligati ed a tratti duri, penso attorno al 6b. La placca è levigata ma gli appigli erano sporchi e non sempre sicuri, molti vennero giù e molti erano pieni di terra e pietruzze. Alcuni spit, logorati dal tempo , erano visibilmente instabili e quindi non è bene farvi troppo affidamento, ma occorre rimontare questa placca con più continuità possibile. Si sale fino alla larga e comoda cengia che taglia obbliquamente la parete e lì si sosta! Di qui le due vie si incontrano e risalgono una fessura strapiombante protetta con vecchi chiodi , probabilmente quelli dei primi salitori. Le difficoltà in questo tratto sono sempre sostenute dato il pessimo stato della roccia che è spesso anche bagnata. Le placche sono terminate e si prosegue per altri 3 tiri di corda su canalini e camini di rocce instabili e bagnate. Ma lo spettacolo che offre quell’angolo di Terminillo è incommensurabile, è la roccia che ti protegge dal vuoto e allo stesso tempo ti spinge di sotto.
La direzione è poi verso destra, per una cengia erbosa che dopo gli ultimi camini porta in direzione dello Spigolo Nord-Est (più o meno dove esce il canale Chiaretti – Pietrostefani). Si va ad intuito e poi seguendo qualche chiodo arrugginito .

Alla fine ci si lascia dietro semplicemente una delle esperienze più profonde che il Terminillo possa offrire..e scusate se è poco

discesa in corda doppia dalla parete nord del terminillo, lungo la via originaria

discesa in corda doppia dalla parete nord del terminillo, lungo la via originaria

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La via de lu confine intra regnicoli e papalini…di Montagne, Stati, Regioni e confini antichi e moderni.

16 09 2008

Alla ribalta delle cronache nazionali , in questi giorni il comune di Leonessa si prepara al voto che lo dovrebbe portare a cambiare amministrazione regionale in favore dell’Umbria.
La solita storia di montagna: tanti interessi economici, qualche interesse politico, tanta propaganda, un paese montano e una montagna e una vallata che hanno la colpa di essere gioielli ambientali di valore immenso, che però stanno nella regione sbagliata!!
Beh, non voglio perder tempo a narrare le vicende politiche che hanno portato a questo voto referendario, basterà dire che è una storia pietosa, o forse penosa e lascerò il lettore documentarsi per suo conto; quella che invece mi preme raccontare è una storia un poco antica, credo ormai dimenticata dai più, e che ancora una volta mi convince come la storia si ripeta e come, ahimè, la gente e ancor prima i governanti non badino quasi mai alle lezioni che la storia e la cultura popolare ci danno costantemente.

Quando ero bambino un vecchio barbuto tagliaboschi e pastore del mio paese d’origine, che era più vecchio di qualsiasi vecchio che abbia mai conosciuto e che è rimasto nella mia mente come la figura del vecchio cantastorie ubriaco di vino e di vita , di storie di lupi , di streghe e briganti, un pò Omero e forse un pò Mauro Corona, mi raccontò un aneddoto che non ho mai capito ma che oggi mi è balzato in mente in tutto il suo significato!!

<< Un giorno, due grossi e affamati cani s’incontrarono alla fonte dell’acqua La Tavola sui Monti di Versanello ( sull’antico e combattuto confine tra Papato e Regno delle due Sicilie), l’uno era per il papa, l’altro era per il re. Quello papalino trovò una grossa lepre e baldanzoso e orgoglioso ne faceva bella mostra all’altro. Quello del Regno, molto furbo, per fargli mollare la preda gli chiese con decisione: “non te conoscio, de dò si?”. e l’altro tutto orgoglioso: “so de lu Papa!!” e spalancando la bocca mollò la preda che subito il cane regnicolo afferra con destrezza. A questo punto il cane papalino tentò la stessa tattica e chiese: “ma tu chi è? de do sì?”; e il cane del regno: “so de lu rregno!” rispone digrignando i denti e stringendo la lepre più forte!
Ma fu allora che un lupo, che aveva osservato la scena da dietro un albero, saltò tra i due e dicendo “IO INVECE NON SO NÈ DE LU PAPA NÈ DE LU REGNO, IO SO DE LI MONTI!” li scannò entrambe in men che non si dica,si prese la lepre e se ne tornò tra i boschi.

La questione dei confini in quel di Leonessa è annosa nel vero senso della parola! Per secoli le popolazioni pedemontane di questi luoghi si sono AMMAZZATE (ahimè, non esagero !!!)per una invisibile linea di confine che correva per le creste e le coste che convergono sulla punta del monte che si chiama Corno.
Dopo il XIV secolo queste montagne, allora infestate da lupi e banditi che fuggivano la legge e la società che si andava urbanizzando, divennero un obbligato crocevia di floridi traffici economici tra il Regno e il Papato, tanto che vi nacquero rocche e fortezze che la toponomastica ancora ricorda (Cima d’Arme, la Doganella, i Castiglioni, Passo La Fara). E Leonessa nacque proprio per garantire il confine del Regno verso Nord. Non furono “guerricciole” tra montanari, ma vere e proprie questioni di stato che si protrassero per secoli e che cosparsero questi crinali di tanto sangue . Fu così che solo nel 1855 il confine di Collelungo fu finalmente definito. Vennero assoldate orde di artigiani, di mulattieri, di falegnami, di intagnatori e di zappatori che col proprio sudore e lavoro dovevano riscattare i secoli di sangue versato; e così, con buona pace di Papa e regno, di leonessani, di riutrani, di poiani e cantaliciani , vennero erette quelle colonnette di pietra che ancora oggi in qualche caso si incontrano .
La storia però fu impietosa…era il 1855, dicevo, tutto quel sangue e quel lavoro inutile servì per un confine di stato destinato a durare soli 5 anni: nel 1860 l’unità d’Italia mise fine all’uno e all’altro regno…e quelle colonnette restarono solo ad imperitura memoria della stupidità umana.

150 anni dopo, Leonessa si ripresenta a chiedere di ritirare i confini!! Non ho la presunzione di conoscere il futuro, ma l’umilità di ascoltare e cercare d’ imparare dal passato.
Spero solo che tanto clamore dalle pianure ai piedi del Tilia e del Cambio non si risolva tra qualche anno con un drammatico nulla di fatto…magari perchè il riscaldamento terrestre esiste davvero, anche se oggi da queste parti abbiamo ancora la neve e sogni di possibili crocevia di soldi e sciatori…semprechè dietro quei sogni  non si nasconda un lupo come quello della fonte dell’Acqua La Tavola ….
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La colonnetta di confine n° 470, sulla vetta 1700m di Collelungo, guardando verso il terminillo, il Cambio e il Monte Corno

colonnetta 470

colonnetta 470

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…struggle for pleasure…

2 09 2008

a volte basta star seduti sui sassi e osservare un cielo ……





le storie nascoste

1 09 2008

I monti reatini sono costellati di antiche fortificazioni, vecchi centri rurali, incastellamenti che dai tempi dei Longobardi (e la toponomastica di tanti luoghi lo ricorda, penso a Passo la Fara) e forse ancor prima vigilano su quelle che erano le strade e i passi di frontiera , non sentieri nei boschi come ci appaiono oggi, ma vere e proprie vie del commercio, quelle antiche vie su cui passò la rinascita economica dell’XI secolo.

L’antica via che risaliva i pendii attorno alla Valle reatina  e conduceva verso i ducati longobardi di Spoleto  collegandoli con i possedimenti farfensi delle Marche e della Sabina passava , forse, dove oggi è il Faggio detto di San Francesco. Non a caso le tradizioni raccontano di maniscalchi e falegnami laddove oggi vi sono solo boschi e pascoli d’altura.

Poco più in basso, su una collina che domina la vallata che scende dai monti e che si affaccia sulla Valle reatina, vi sono i ruderi dell’antico abitato di Cocoione.

Le rovine raccontano di anni lontani, di vecchie guerre, di lotte per pochi metri di terra impervia, di cimiteri, di glorie e ricchezze…e raccontano tanta suggestione per chi sa ascoltare un pò di montagna.

è un luogo bellissimo, merita riflessioni.